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Castle Wolfenstein
per Commodore 64, Apple II, Atari 8-bit e DOS

Il padre di Doom e Quake
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Passato e presente
Cari colleghi di gioco, con l’ormai imminente uscita di “Wolfenstein” per le maggiori piattaforme nextgen e PC, direi che possiamo prendere il piumino dei ricordi e dare una passata alla polvere del tempo che tiene lontano dalla nostra memoria il primo, storico capitolo di questa apprezzatissima saga. “Castle Wolfenstein”, nel 1983, attrasse i giocatori con un concept di gioco che, sia subito detto, ispirerà niente meno che la futura ID Software nella creazione degli epocali “Doom” e “Quake”. Nei panni di un soldato americano, catturato e tenuto prigioniero dalle SS nelle segrete del famigerato castello di Wolfenstein, dovrete cercare di fuggire riuscendo, nel contempo, a trovare i piani di guerra nazisti e contribuire in questo modo alla fine della guerra. L’impresa non si presenta semplice. Imprigionati nella vostra cella, non sembrano esserci inizialmente possibilità di fuga. Ma quando le chances sembrano essersi ridotte al minimo, un’inaspettata scoperta fa riaffiorare dalle tenebre la luce. In un anfratto della vostra prigione vi accorgete di un vano segreto che comunica con una cella adiacente. Entrate così in contatto con un prigioniero, purtroppo morente, che come ultimo gesto vi consegna la sua pistola ed alcuni proiettili che aveva nascosto tempo prima dietro ad una parete della sua stanza carceraria. Spinti dal gesto dello sfortunato compagno di prigionia e animati da una nuova, potente speranza, riuscite con uno stratagemma a richiamare nella vostra cella la guardia all’esterno, per poi stordirla e darvi finalmente alla fuga. Il problema è che il castello è un vero e proprio labirinto di stanze e corridoi, e non sarà affatto una passeggiata trovarne l’uscita. E ricordatevi dei piani di guerra, devo essere assolutamente trovati prima di evadere dal tetro maniero. “Castle Wolfenstein”, con la sua spiccata componente strategica, offriva un diverso approccio al solito gioco d’azione.
Studia e poi colpisci
Il fatto di avere a disposizione, almeno inizialmente, pochissime munizioni, obbligava di fatto ad un’accurata pianificazione delle proprie mosse, senza considerare che le innumerevoli guardie sparse per il castello e il gran numero di ambienti presenti nel gioco garantivano un alto tasso di sfida. Sulla nostra strada per la libertà avremmo trovato comunque oggetti utili come munizioni supplmentari, esplosivi, o semplici casse piene di birra! In “Castle Wolfenstein” troviamo anche un interessante uso delle prime tecniche di digitalizzazione vocale, come l’ “Achtung!” che le guardie naziste vi grideranno contro non appena vi vedranno, e che sempre la Muse, nel suo successivo titolo “Space Taxi” (1984) riutilizzerà con successo e raffinata abilità (indimenticabile il cliente che chiama la macchina con il mitico “Hey Taxi!”). Al di là comunque del parlato, va detto che la grafica, pur semplice se non in alcuni casi elementare (ricordandoci in ogni caso che stiamo parlando di titoli di venticinque anni fa), svolge il suo dovere, riuscendo a ricreare la claustrofobica ambientazione senza utilizzo di particolari accorgimenti. Ma, come sovente accadeva in quei tempi, il maggior contributo alla resa visuale di un gioco era dato proprio da noi, dalla nostra immaginazione, che spalancava porte a mondi e ambienti che si mostravano anche laddove non v’è n’era la minima ombra. Così quattro linee rette marroni e a strisce diventavano le pareti di una cella, un rettangolo giallo rappresentava una cassa piena di tesori e via dicendo. Al giorno d’oggi la pappa è sempre pronta, e pronti noi ad essere imboccati. C’era qualcosa d certamente ingenuo in tutto questo, ma anche qualcosa di incredibilmente soddisfacente e coinvolgente. Era come se la nostra mente lavorasse molto più attivamente, e cercasse di compensare a ciò che non ci si presentava davanti agli occhi con paesaggi e visioni che, seppur diverse per ognuno di noi, erano tutte riconducibili ad un unico denominatore dato dalla trama di base del gioco. Un po’ come succede per un libro; leggiamo le righe, le parole, e immaginiamo i luoghi, i volti, le ambientazioni, solo per mezzo della nostra immaginazione. Probabilmente la magia dei videogames anni ’80 era anche questo: riuscire a far vedere l’invedibile, sentire l’inudibile, creare molto dal nulla. Forse, si potrebbe addirittura affermare che questa fu la prima, vera forma di interattività, l'espressione di un cambiamento che avrebbe poi consentito, tramite la sempre più avanzata tecnologia, rese grafiche sempre più realistiche e convincenti. Ma anche nelle cose più complesse c'è sempre un punto di partenza semplicissimo. E così è stato nei videogiochi di quei tempi, in "Castle Wolfenstein" ed in tanti, tanti altri titoli che continuano anche ai nostri giorni, nonostante la loro semplicità, ad appassionarci ed a coinvolgerci. |
A cura di : Leonardo "Leonardo71"
Masciadri
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Scheda Tecnica
SVILUPPATORE
Muse Software
GENERE Azione
CONSOLE Commodore 64, Apple II, Atari 8-bit e DOS
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Pagella
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Voto Attuale:
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70 |
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Voto Passato:
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70 |
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