Nuovo lavoro per la band norvegese-americana.
“Ghost opera” è da questo punto di vista più diretto dei suoi predecessori, ma è solo un’apparenza. Le atmosfere sono nel complesso più cupe, più oscure, in certi frangenti al confine col gothic, e le linee melodiche (vera forza di questa band dall’ingresso di Roy Khan), pur presentando qua e là buone intuizioni, appaiono più contratte e meno catchy del solito. Al di là di questo, siamo di fronte al classico disco dei Kamelot post “Kharma”: metal neoclassico e orchestrale, dai chiari toni epico-romantici, al servizio di brani in cui l’elemento power ha da tempo lasciato il posto ad una forte teatralità. Tutto sommato l'album è molto buono sui livelli di “Kharma” o “Fourth legacy” ma rispetto a "Black Halo" perde un po'.
Non è il caso di scomodare Gaston Leroux e il suo fantasma: Ghost Opera, come il romanzo del maestro novecentesco, riesce nell’intento di sedurre l’ascoltatore e incantarlo in una spirale priva di uscite.



