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Recensione di
Dragon Age: Origins
per XBox360

Un viaggio all'insegna della tradizione
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BioWare ci riprova
Dieci anni. Quante cose possono accadere nell’arco di un decennio? In questo apparentemente breve lasso di tempo siamo passati dai primordi dei videogiochi tridimensionali all’anticamera del fotorealismo; da dieci anni a questa parte una grandissima console house come Sega ha ceduto sotto il peso dei debiti, e il colosso Microsoft ne ha immediatamente preso il posto. Dieci anni fa alla sigla PS veniva seguita da un misero “one”, che oggi è stato rimpiazzato da un ben più altisonante 3. Nel ’99 Nintendo pativa il suo bacino d’utenza eccessivamente hardcore, nel 2009 la casa di Kyoto è continua oggetto di critiche per via del target troppo ampio a cui si rivolge. Ma soprattutto, a due lustri dall’uscita del suo primo, BioWare offre al mondo il gioco che dovrebbe riempire il vuoto lasciato nel cuore di molti nostalgici da Baldur’s Gate.
L’era dei draghi
Se dovessi dire cosa mi piace più di BioWare risponderei l’onestà verso il cliente. Dalla sua trionfale comparsa sulla scena mondiale, lo sviluppatore canadese, oltre ad aver offerto sempre titoli la cui qualità varia dal buono al celestiale, ha spesso distolto lo sguardo dagli introiti economici delle possibili operazioni, preferendo non spremere all’osso alcuni brand storici, solo perché le saghe avevano ormai perso il loro spirito iniziale. In alcuni casi l’abbandono di tali marchi ha comportato un inevitabile disagio dei fan (un nuovo Baldur’s Gate era richiesto a gran voce), che ora, grazie a questo nuovo kolossal, è destinato a terminare bruscamente. Parliamoci chiaro: graficamente Dragon Age fa pena. Il motore grafico avrebbe fatto una discreta figura tre anni fa (nonostante sia palese il vantaggio della versione PC rispetto a quella console), e anche da un lato prettamente artistico i personaggi non si distinguono dalla media dei GdR fantasy-medievale. Ciò che invece attira subito l’attenzione è la cura riposta nell’editor, che ci scaraventerà in un turbinio di razze, classi, skils e possibili profili psicologici per il proprio avatar. E, credeteci o meno, questo è l’unico fronte in cui il titolone BioWare propone qualcosa di nuovo rispetto alla moltitudine di giochi in cui l’editor del personaggio appare un mero strumento di personalizzazione: quante volte, nel corso dell’interminabile campagna vi torneranno in mente i primi minuti di gioco, in cui, inconsapevolmente, avete determinato alcuni sviluppi successivi della trama.
La trama.
E’ proprio nel parlare di quest’ultima che abbandono le obiettive vesti di redattore per indossare i più comodi abiti di videogiocatore: cominciamo col dire che il contesto politico-sociale in cui il gioco prende vita non brilla per credibilità, né tantomeno per originalità (si tratta di qualcosa di più di un copia-incolla di tutti i più rappresentativi stereotipi fantasy, da Tolkien fino al più moderno WoW), ciononostante la narrazione non è mai posta a casaccio, e il taglio decisamente cinematografico di cut scene e dialoghi funge da sostegno per il plot vero e proprio. Ciò che più mi indigna è che, dopo il sontuoso Mass Effect - la cui avventura era costellata di quest capaci di coinvolgerti intellettualmente ed emotivamente - in BioWare abbiano abbandonato qualsiasi fonte di cogitazione per il giocatore, che quasi mai viene posto di fronte ai quesiti di natura etico-morale che nel 2007 innalzarono Mass Effect ad un livello superiore. Nonostante questo peccato veniale, il grado di coinvolgimento che Origins è in grado di offrire supera la maggior parte degli RPG apparsi su console e PC in questa generazione.
“La guerra non cambia mai”
Come da poco ci hanno ricordato quelli di Bethesda con la loro rivisitazione next-gen di Fallout, il modo in cui gli agglomerati umani si scontrano è una di quelle cose che, nonostante lo scorrere di millenni, non è mai mutato nella sua perversa natura. E potevano quindi, secondo voi, i BioWare modificare il combat system su cui si basava uno dei migliori RPG di sempre (il già più volte citato Baldur’s Gate, ndr)? Certo che avrebbero potuto, ma il rischio di deludere gli aficionados era quanto mai alto, motivo per cui ci troveremo una volta ancora di fronte a quell’intrigante mix di combattimenti in tempo reale e a turni, in cui tattica e prontezza di spirito sono gli elementi principali. In pratica, vi troverete a controllare un nutrito party di eroi o un solo personaggio, a seconda delle preferenze; in qualsiasi momento sarà possibile mettere in gioco in pausa e impartire i comandi più svariati ai propri PG, scegliendo tra un ventaglio di azioni che andrà rinfoltendosi con l’avanzare nella campagna.
Conclusione
L’ultima fatica di BioWare è il classico gioco che, fosse uscito sei-sette anni fa sarebbe stato etichettato senza esitazione come capolavoro. Nel 2009 invece, Dragon Age: Origins non fa nulla per sconvolgere il mondo videoludico, ma ha comunque il pregio di riportare in auge un modo di intendere i GdR che sembrava ormai vivere solo in alcuni retrogames. Come si può evincere dal resto della recensione, DA si guadagna un posto d’onore nel limbo che sussiste tra il buon gioco ed il capolavoro, anche se propende più dalla parte di quest’ultimo. Il mio consiglio è di fiondarsi ad acquistarne una copia, con la speranza che BioWare si sia tenuta alcuni colpi ad effetto per l’incombente Mass Effect 2. |
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Scheda Tecnica
SVILUPPATORE
Bioware
PUBLISHER Electronic Arts
SITO UFFICIALE dragonage.bioware.co...
GENERE Rpg
GIOCATORI 1
ONLINE SI
CONSOLE XB360
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Pagella
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Grafica:
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69 |
Oltre la sufficienza la controparte PC, su PS3 e 360 appena accettabile... |
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Sonoro:
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83 |
A parte in alcuni frangenti, la sentirete senza ascoltarla |
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Giocabilità:
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92 |
Gameplay che non dimostra i suoi (parecchi) anni |
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Longevità:
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94 |
Più di quanto pensiate! |
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GLOBALE:
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89 |
Ecco a voi un GdR con gli attributi! |
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Pro:
- + Molto longevo
- + Formula ipercollaudata
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Contro:
- - Tecnicamente piatto
- - Libertà d'azione piuttosto limitata
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