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La Next-Gen degli Open-World

Perché a volte il mondo reale non basta…

By Lorenzo Pace, 28/02/2011

Mondi di texture Di prodotti di successo ne conosciamo a bizzeffe ormai. Ogni anno l’industria dei videogiochi ci delizia con titoli tecnicamente impeccabili e dall’alto tasso di divertimento. Sappiamo bene che tutti questi sono divisi in diverse categorie che cercano di racchiudere, idealmente, tutti i prodotti dello stesso genere nella stessa cerchia. Ormai sembra essere guerra aperta fra due categorie di gameplay totalmente opposte: i giochi strutturati a “livelli” e titoli di genere “Open World”. Cerchiamo di stabilire le primarie differenze fra questi due ordini videoludici: quelli impostati secondo un sistema di livelli dalla difficoltà crescente, quali i vari Call of Duty, Bioshock, Mirror’s Edge o Gears of War, tanto per citarne alcuni fra quelli di maggiore successo, presentano caratteristiche tecniche ben congeniate, concentrandosi sul gameplay immediato nel vivo dell’azione. Tuttavia, ci è possibile esplorare soltanto un’area molto ristretta e ben delineata, oltre la quale non ci è possibile sconfinare. Nei titoli Open World, la nostra libertà di azione è a dir poco infinita. La porzione di spazio che possiamo percorrere è spaventosamente enorme, e spesso questo elemento è mescolato alla perfezione con un comparto tecnico all’avanguardia e un gameplay ben studiato per il puro divertimento. Gli Open World rappresentano spesso la massima esposizione dei videogiochi next-gen, ed è giusto ritagliare uno spazio a questa serie di titoli davvero interessanti. La genesi del genere E’ il lontano 1996 quando la Rockstar Games tira fuori dal cilindro il titolo padre del genere. Ha inizio un mito, una serie che diventerà leggenda vendendo più di 60 milioni di copie in tutto il mondo con più di 12 capitoli: Grand Theft Auto. Un titolo che ricalca perfettamente la perfetta vita urbana, vista tuttavia dalla parte di un malavitoso desideroso di potere, o di qualche ex carcerato in cerca di vendetta. Dopo l’evoluzione straordinaria della serie, che ci ha regalato titoli strepitosi del calibro di Vice City e San Andreas, la Rockstar ha coniato il primo titolo griffato GTA dedicato interamente alla next-gen, con l’uscita di Grand Theft Auto IV. Giungiamo grazie a questo prodotto ad un livello di realismo senza pari raggiunto grazie alla realizzazione di una vera e propria New York City dotata di servizi taxi, caselli autostradali ed auto abbastanza fedeli alla realtà. Critiche a parte legate ad alcune carenze sul gameplay rispetto al capitolo precedente, questo titolo ha saputo ben presto conquistare milioni di giocatori in tutto il mondo, grazie alla sua cura maniacale per il comparto tecnico con il quale è stata realizzata la città. Tuttavia , come ben sappiamo, gli Open World hanno man mano preso piede nell’industria videoludica e si sono allargati a generi sempre più vari e ad ambientazioni ancor più innovative. Sulla scia di Grand Theft Auto, negli anni precedenti abbiamo assistito a prodotti “fratelli” di questo gioco, quali Saints Row, Il Padrino, Mercenaries o Just Cause; giochi che hanno vissuto molto nell’ombra del mitico capostipite Rockstar, senza distaccarsi in modo significativo dal gameplay originario, salvo delle piccolissime eccezioni. L’evoluzione Con l’avvento della next-gen, tuttavia, abbiamo assistito alla nascita di serie videoludiche di grande successo nate sotto la buona stella degli Open World. E’ questo il caso di Assassin’s Creed. Nato da un genere prevalentemente stealth, la Ubisoft ha cambiato radicalmente lo stile di gioco regalando un’area esplorabile a dir poco immensa. I videogiocatori italiani sanno benissimo a cosa mi riferisco, visto e considerato che gli ultimi due episodi della serie si sono svolti interamente in Italia, nella fattispecie a Firenze e a Roma. La libertà di azione caratteristica del titolo, contrariamente ai non pochi limiti imposti dal realismo del classico GTA, è tecnicamente illimitata, permettendoci di scalare palazzi e compiere tuffi impensabili nella realtà da altezze vertiginose. L’inserimento dell’elemento furtivo, inoltre, non fa altro che rendere sempre più gustabile la trama già di suo piuttosto appetitosa, viste le notevoli implicazioni storiche dalla quale è attraversata. L’underdog per eccellenza: The Saboteur Dopo il devastante flop dato da Il Padrino II, la Electronic Arts ha ideato un titolo molto più studiato rispetto a questo predecessore, creando un ibrido fra il solito Grand Theft Auto e l’innovativo Assassin’s Creed: si tratta dello snobbato The Saboteur. Molto acclamato dalla critica, il prodotto firmato Pandemic Games si è distinto per la trama studiatissima che gli ha fruttato un premio all’E3 del 2009 e per i curati effetti grafici, oltre all'originalissima visuale in bianco e nero in luoghi precisi della città. Città che non è fittizia come molti degli innumerevoli Open World, ma che prende spunto dalla reale Parigi e la immerge nel periodo nazista del 1940. Sarà il nostro protagonista, l’irlandese Sean Devlin, a guidare la Resistance parigina contro le forze tedesche che invadono la città. La fusione dell’azione frenetica caratteristica dei classici Grand Theft Auto e l’elemento irreale delle scarpinate sugli esili palazzi francesi rendono questo un titolo assolutamente godibile, anche se spesso ripetitivo. Tuttavia, il comparto tecnico non studiato alla perfezione rende The Saboteur un titolo mediamente amato dalla critica, ma largamente snobbato fra i videogiocatori del terzo millennio. Il mio personale consiglio è quello di provare almeno una volta questo titolo almeno per osservare da vicino la trama avvolgente, oltre alla perfetta e realistica realizzazione di Parigi con ogni suo storico monumento, ovviamente scalabile e interagibile. Red Dead Redemption: quando il sogno incontra il cinema In migliaia sognavano un titolo western che desse la libertà concessa da un titolo Open World e con un comparto tecnico all’avanguardia, ma fino all’anno scorso chiunque doveva accontentarsi di Gun o Red Dead Revolver, che per quanto abbiano tenuto alta la bandiera degli spaghetti western su console non si avvicinano minimamente ad un gioco quantomeno impeccabile tecnicamente. Ebbene, nell’aprile del 2010 la Rockstar Games, ormai esperta nel genere, si ripete con la creazione di un titolo che verrà ricordato per sempre negli annali dell’industria videoludica: mi riferisco a Red Dead Redemption. Seguito di Red Dead Revolver, questo kolossal ha unito le lande desolate del Texas e del Messico ad un comparto tecnico mostruoso, il tutto condito da una libertà pressoché infinita data dai massicci 72km^2 interamente esplorabili ricchi di piante, animali selvaggi e banditi. Il protagonista, inoltre, si è rivelato come uno dei personaggi più psicologicamente complessi e leali della storia dei videogiochi: il buon John Marston, ex fuorilegge, giunge sulla via della redenzione per ritornare alla vita di campagna con la sua amata famiglia, e dovrà vivere avventure a dir poco epiche. La colonna sonora in stile Morricone ci accompagna nelle nostre gloriose cavalcate negli aridi deserti in cui potremo realmente osservare momenti di vita tipici dell’America del primo ‘900. La classica ironia della Rockstar, inoltre, ci ha regalato dialoghi assolutamente spassosi e momenti al limite dei film comici. Se il colosso videoludico di New York era in cerca della perfezione, dopo Grand Theft Auto IV, ha fatto pienamente centro con il superlativo Red Dead Redemption. L’Open World nel post-apocalittico Se cerchiamo tuttavia il grado più elaborato degli Open World dobbiamo spingerci ancora più oltre. Non basta più scalare palazzi, vagare per le terre del West girare in auto per città realistiche. La nuova frontiera di questo spettacolare genere è costituita dalle lande desolate semi-distrutte popolate da orde di aggressivi mutanti: è questo il caso del culmine della serie di Fallout, con il terzo capitolo e quello relativo a New Vegas, e dell’ottimo Borderlands. Nati entrambi come ibrido fra un gioco di ruolo e uno sparatutto, i titoli risultano molto simili per meccaniche di gioco, tanto da essere paragonati molto spesso. In molti, erroneamente, suppongono che il più recente titolo della 2K Games sia in realtà frutto di una libera ispirazione del prodotto Bethesda. Le differenze sono tuttavia moltissime: bisogna notare la grafica in stile fumettone del primo, contrariamente alla realistica realizzazione delle texture del celebre Fallout, capace di regalarci scorci di storici monumenti decadenti della fantastica America. Il multiplayer e il generatore casuale di armi caratteristico di Borderlands, inoltre, dà a questo titolo una peculiarità unica, insieme alla facilità di azione dalla quale è composto. Mentre Fallout può sembrare più strategico, il titolo 2K ha mostrato una grandissima quantità di nemici molto simile a quella della celebre modalità “Horde” di Gears of War. Entrambi i giochi, tuttavia, dimostrano una trama assai differente, ma ben studiata. Se inoltre consideriamo che hanno ricevuto “iniezioni” di espansioni sufficientemente godibili, e lo uniamo al solito territorio sconfinato da esplorare in ogni minima particella alla ricerca di armi ed oggetti speciali che tutti e due i titoli ci offrono, otteniamo una miscela perfetta, capace di creare divertimento per innumerevoli ore. Questo speciale non meriterebbe una conclusione, poichè i titoli di questo genere da trattare sono ancora molti, e tanti altri ci sono stati promessi per il futuro dalle case produttrici di questi splendidi prodotti. Una cosa è certa: difficilmente ci libereremo di questa categoria di titoli scoppiettanti e trascinanti…


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