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La storia dei Pokèmon

Gotta catch them all forever!

By Marco Gioletta, 01/12/2010

Se esiste una serie legata al mondo dei videogiochi che in questi anni più di ogni altra ha saputo crearsi un nome ed entrare nell'immaginario collettivo, è sicuramente quella legata agli ormai mitici Pokèmon. I piccoli mostriciattoli tascabili targati Nintendo, fin dai primi anni che hanno seguito la loro prima apparizione, hanno goduto di un successo che si può definire davvero planetario, riuscendo ad attirare su di se l'attenzione dei ragazzi di ogni nazionalità ed età (dai bambini delle elementari ai ragazzi delle superiori) e persino degli adulti! Non solo: la fama che le piccole creature ha raggiunto livelli tali che oggi risulta davvero difficile incontrare qualcuno che non abbia mai sentito nominare i Pokèmon. Oggi, a più di dieci anni dalla loro prima apparizione e a poco tempo dall'uscita europea dell'ultimo titolo dedicato ai mostri portatili, Pokèmon Black and White, i Pokèmon godono ancora di ottima salute. Certo, i tempi della pokèmania che si scatenò a fine anni novanta sono ben lontani, ma Pikachu e compagni restano tra i personaggi più noti e amati dai bambini di tutto il mondo e i titoli a loro legati continuano a riscuotere un successo di tutto rispetto, in particolare, in Giappone. Prepariamoci ora ad azionare la nostra macchina del tempo e a ripercorrere la storia e l'evoluzione dei nostri amati Pokèmon fin dal primo gioco a loro dedicato, che risale addirittura al 1996. Le origini: Pokèmon Rosso e Verde Il creatore dei Pokèmon, Satoshi Tajiri, ha rivelato che l'idea di base per la creazione dei mostri tascabili gli venne da un suo hobby giovanile: collezionare e catturare insetti, per poi farli lottare tra di loro (una passione condivisa da molti giovani giapponesi). Tajiri, fondatore della Software house Game Freak, aveva inoltre più volte ammesso di essere rimasto molto colpito e ammirato dai lavori di Shigeru Miyamoto (Il padre di molte delle principali serie Nintendo come Super Mario e Legend of Zelda) e di considerarlo un punto di riferimento ma allo stesso tempo anche un rivale, al punto da porsi come principale obiettivo riuscire a produrre un gioco che sapesse eguagliare sia per fama che per qualità le serie principali di Miyamoto. Ottenuto il permesso di programmare per il famoso Gameboy di Nintendo (scelto anche per le potenzialità che Tajiri vide nel suo link cable), Tajiri si impegnò a dare forma alla sua idea originale e ciò che ne scaturì, nel 1996, furono i primi due titoli targati Pokèmon: Pocket Monster, versione verde e rossa. Si trattava, sostanzialmente, dello stesso gioco. Le uniche differenze erano da riscontrare nella resa grafica dei pokèmon e, soprattutto, dal fatto che alcuni pokèmon erano presenti esclusivamente in una delle due versioni e mancavano nell'altra. La trama del gioco era abbastanza semplice: nei panni di un novello allenatore, dopo aver scelto il nostro primo pokèmon tra i tre a disposizione (Charmander, Squirtle e Bulbasaur) saremmo stati incaricati dal professor Oak di esplorare la regione di Kanto (ispirata ad una reale regione del Giappone) e di catturare il maggior numero possibile di nuovi pokèmon (abbreviazione per Pocket Monsters, mostri tascabili), cercando di battere il nostro rivale, il nipote del professore (guarda caso, tra i nomi impostabili dei due protagonisti ci sono anche Satoshi e Shigeru, gli stessi nomi di Tajiri e Miyamoto), di sventare i piani del malvagio Team Rocket e di vincere la grande lega dei Pokèmon. Ogni Pokèmon appartiene ad una particolare categoria, ognuna coi suoi punti di forza e le sue debolezze (fuoco batte erba ma perde contro acqua) e ha a disposizione quattro differenti attacchi. Combattendo contro altri pokèmon, la nostra creatura acquisirà un certo numero di punti esperienza, che gli permetteranno di salire di livello, imparando così nuovi attacchi (che andranno a sostituire quelli vecchi), oltre a potenziare le sue statistiche. Raggiunto un certo livello, alcuni Pokèmon avranno anche la possibilità di evolversi, trasformandosi in altre creature più potenti. Per catturare nuove creature, invece, avremmo dovuto ricorrere alle famose Pokèball, particolari sfere in grado di contenere i nostri esserini. Durante la lotta con un pokèmon selvatico, si potrà decidere di lanciare in qualsiasi momento la nostra sfera (anche se prima è consigliabile indebolire il nostro avversario). Una volta catturato, il nuovo pokèmon diventerà nostro e potremo decidere di inserirlo in ogni momento nella nostra squadra. Altrimenti, il pokèmon sarebbe stato inserito in una serie di particolari box, a cui il giocatore può avere accesso uno volta raggiunto un PC, presente in varie zone del gioco, e grazie ai quali è possibile modificare la propria squadra in qualsiasi momento. La struttura di gioco dunque, sebbene basata su un concept piuttosto semplice, si presentava estremamente varia ed articolata. Il giocatore doveva esplorare, cercare nuovi pokèmon, farli combattere, insegnargli le mosse giuste e mettere insieme una squadra che fosse più bilanciata possibile. I combattimenti tra pokèmon, infatti, risultavano estremamente interessanti ed articolati e per vincerli era necessario tenere conto di molti fattori: il tipo di pokèmon, il tipo di attacco, la sua velocità, il numero di mosse eseguibili ecc. Inoltre, la varietà di pokèmon che il titolo offriva era, per i tempi, davvero notevole: ben 150 pokèmon differenti, che variavano da semplici copie di animali reali (Rattata e Tauros) a graziosi e minuscoli esserini (come Clefairy e Pikachu) fino a bestioni poderosi e minacciosi (Onix o Mewtwo). La cosa più interessante era che, per riuscire a catturare tutti i pokèmon e completare il pokèdex, ogni giocatore sarebbe stato costretto a scambiare le sue creature con quelle degli amici. Infatti, come già detto in precedenza, alcuni pokèmon apparivano solo nella versione rossa, mentre altri solo in quella verde (Tajiri affermò di aver scelto questa formula appositamente per fare in modo che i giocatori fossero costretti a ritrovarsi e a collaborare per portare a termine la loro missione). Anche tecnicamente, il gioco non sfigurava: gli sprites dei pokèmon erano molto graziosi, la mappa della regione di Kanto era ben strutturata e il sonoro presentava molti motivetti estremamente simpatici ed orecchiabili. Non mancavano, ovviamente, i difetti: in alcune zone, in particolare, nelle caverne, gli incontri coi pokèmon selvatici erano casuali e spesso risultava snervante cercare di trovare la via d'uscita mentre si viene attaccati ogni tre secondi (ma questo è un difetto che ha afflitto per anni molti GDR nipponici). Inoltre i pokèmon di tipo psichico e di tipo drago avevano un vantaggio evidente su tutti gli altri e questo rovinava in parte la varietà delle sfide. Infine (e questo è stato un bug che ha dato davvero fastidio) se cercate di catturare un pokèmon e il vostro box è pieno, non potrete più prenderlo (e il brutto è che lo scoprirete solo mentre lancerete la pokèball) e sarete costretti ad abbandonare la lotta, raggiungere un PC, cambiare box e poi tornare alla ricerca del nostro pokèmon, cosa che, soprattutto se si dava la caccia a creature rare e difficili da prendere, risulta estremamente seccante. Il gioco comunque fu considerato (e resta tuttora) un vero capolavoro e ottenne dati di vendita mostruosi, divenendo ben presto uno dei videogiochi più venduti di tutti i tempi. Nonostante tutto questo successo, però, il gioco per molti anni non fu convertito in Europa. Poco tempo dopo l'uscita di Pokèmon Red & Green, le due versioni furono affiancate da una terza, pokèmon Blue, che presentava una grafica più definita e alcune piccolissime modifiche al gameplay. Proprio su questa nuova versione si baseranno le conversioni europee di Pokèmon roso e Blu. Alla conquista del mondo! Come già detto, i giochi dedicati ai Pokèmon godettero di un successo stratosferico in Giappone, che però non fu sufficiente a garantirne una conversione per l'occidente. Probabilmente, vista la particolarità del gameplay e le difficoltà degli RPG di stampo nipponico a far breccia nei cuori degli appassionati occidentali, si pensò che il gioco non avrebbe saputo bissare il successo ottenuto nella sua terra di origine. Nel frattempo, però, il primo aprile 1997 venne trasmesso in Giappone, dall'emittente Tv Tokyo, il primo episodio dell'anime dedicato ai Pokèmon. La serie, pur essendo visibilmente dedicata ad un pubblico molto giovane (principalmente, bambini dalle elementari alle medie) risultava piuttosto interessante e piacevole. L'anime ricalcava il videogioco molto da vicino (almeno inizialmente) proponendo le avventure del giovane Satoshi (ancora una volta, dal nome del programmatore della serie), dalla sua partenza da Pallett col suo primo Pokèmon, ovvero l'ormai mitico Pikachu (scelto proprio per l'enorme successo riscosso presso i fan del videogame) lungo tutto il suo viaggio nel tentativo di diventare un vero Pokèmon Master. Una delle caratteristiche di questa serie è la sua leggendaria lunghezza: l'anime è infatti proseguito ininterrottamente fino ai giorni nostri, lungo l'arco di quattro serie e dodici stagioni (l'ultima serie, Pokèmon Best Wishes, è uscita da poco in Giappone). Col proseguo delle stagioni, tuttavia, l'anime ha perso molto del suo smalto. La trama è diventata sempre più banale e prevedibile e i temi trattati sono chiaramente legati al mondo dell'infanzia. Ad ogni modo, l'anime ottenne un successo strepitoso e fece parlare di se in tutto il mondo, anche se per motivi del tutto particolari: ricorderete infatti che i telegiornali dell'epoca riportarono la notizia di numerosi attacchi di epilessia dovuti a particolari effetti di luce presenti nella serie. Il successo fu tale che l'anno successivo, il 18 luglio uscì il primo lungometraggio animato dedicato ai mostri tascabili, il primo di una serie di ben dodici film, di cui l'ultimo di prossima uscita. Fu probabilmente proprio il successo della serie a spingere i programmatori a tentare il grande balzo, inviando i loro mostri portatili alla conquista dell'occidente. Finalmente, il 30 settembre 1998 vennero distribuiti in occidente, quasi in contemporanea con la messa in onda dell'anime, Pokèmon rosso e pokèmon blu. Le due versioni si basavano entrambe sul motore grafico di Pocket monster: blue version, ma vennero modificate in modo da avere ognuna i suoi pokèmon peculiari (gli stessi delle versioni verde e rossa giapponesi). L'uscita dei giochi fu accompagnata, oltre che da un'incredibile campagna pubblicitaria, dal famoso slogan Gotta catch'em all (letteralmente, acchiappali tutti!). Il successo ottenuto dai pokèmon fu qualcosa di davvero straordinario: milioni di copie dei videogiochi vendute, un'enorme distribuzione di merchandising, ascolti da record per l'anime e chi più ne ha più ne metta. I pokèmon non erano più solo icone del mondo dei videogames, ma erano riusciti a coinvolgere praticamente qualsiasi mezzo di comunicazione: televisione, quotidiani, riviste di attualità... la loro fama era divenuta davvero senza limiti. Vi fu addirittura una comunità religiosa americana, che accusò i piccoli mostri di avere un'origine satanica (il vaticano stesso dovette intervenire e, tramite il canale satellitare SAT 2000, prosciolse i pokèmon da ogni accusa)! Nintendo ovviamente non rimase con le mani in mano e, felice di aver trovato un nuovo marchio da sfruttare a dovere, iniziò a farlo in maniera davvero notevole, generando una vera sfilza di titoli dedicati ai simpatici mostri. Un gioco tira l'altro Il primo sequel a fare la sua comparsa fu Pokèmon Yellow. Si trattava in sostanza di una semplice variante di pokèmon blu e rosso dedicata ai fan della serie animata, in cui si iniziava l'avventura con Pikachu (che ci avrebbe seguito invece di entrare nella sfera, come nell'anime) e si aveva la possibilità di ottenere sia Squirtle, sia Charmander sia Bulbasaur (i tre starter delle versioni precedenti). A parte questo, l'unica differenza degna di nota era l'aumento della difficoltà, che risultava tuttavia piuttosto mal calibrata, facendo storcere il naso ad alcuni fan. Insomma, più che di un sequel, si trattava di una mera operazione commerciale. Il vero sequel si materializzò nel 1999 in Giappone, ancora una volta in due versioni differenti, Pocket Monster Gold & Silver. In questi titoli, ambientati stavolta nella regione di Johto, fece la sua prima comparsa una nuova generazione di pokèmon, ovvero un centinaio di nuovi mostri mai apparsi nei titoli precedenti. Inoltre il gioco, sviluppato sul nuovo Game Boy Color, godeva di una grafica molto più piacevole e pulita, di un sistema di gioco più raffinato (nuovi tipi di pokèmon, molte nuove mosse e scontri più vari ed equilibrati) e offriva la possibilità, una volta terminata l'avventura principale, di riesplorare anche la regione di Kanto, osservandone l'evoluzione (cosa che fu molto gradita dai fan!). Inoltre, per la prima volta era possibile al giocatore allevare i pokèmon, ovvero permettere a due pokèmon della stessa specie e sessi differenti di accoppiarsi tra loro, generando un uovo e, in alcuni casi, specie di pokèmon totalmente nuove (i baby pokèmon, tra cui il famoso Pichu). Tuttavia il gioco, pur riscuotendo un ottimo successo, risultava, sotto alcuni aspetti, inferiore al gioco originale: le distanze tra le città erano spesso troppo brevi, col rischio di arrivare impreparati alle sfide coi capo palestra e costringere i giocatori a noiosi allenamenti coi pokèmon selvatici. Inoltre, molti nuovi Pokèmon risultavano mal disegnati e, in alcuni casi, troppo deboli rispetto agli originali. Comunque, come detto, la nuova generazione di Pokèmon non deluse le aspettative e godette anche di una terza versione, Pokèmon Crystal, con animazioni ritoccate e leggere variazioni nella mappa e nei pokèmon presenti. Per la generazione successiva, si dovette aspettare ben tre anni, ma nel 2002, stavolta su Game Boy Advance, uscirono Pokèmon rubino e zaffiro. Questi titoli, a cui ben presto si affiancò anche Pokèmon Smeraldo, offrivano una grafica totalmente rinnovata, la possibilità di correre durante gli spostamenti, una gestione dei box (finalmente!) impeccabile oltre, naturalmente, ad un enorme numero di nuove creature collezionabili e di mosse eseguibili. Vennero inoltre introdotte le gare di bellezza, particolari sfide in cui il nostro compito sarebbe stato eseguire mosse in grado di stupire il più possibile i giudici, in base a diversi parametri (bellezza, fascino ecc.) osservabili dal menù principale. Infine, il gioco introdusse i duelli di coppia, in cui, controllando due pokèmon, si affrontava una coppia di allenatori avversari.Tuttavia questi titoli, pur ottenendo (di nuovo) dati di vendita altissimi, ottenne molti meno consensi dei precedenti, fatto dovuto alla mancanza di innovazioni degne di nota e alla brutta realizzazione delle gare di bellezza, il cui risultato era spesso e volentieri frutto del caso. Ancora una volta, prima della generazione successiva si dovette attendere parecchio, ovvero fin dopo l'uscita del Nintendo DS. Il GBA però poté godere anche di un altro gioco, anzi, di un'altra coppia di giochi dedicati alla serie principale dei pokèmon, ovvero Pokèmon verde foglia e Pokèmon rosso fuoco. Si trattava, come intuibile, dei remake dei primi due episodi apparsi in Giappone, con lo stesso motore grafico e le stesse innovazioni introdotte in pokèmon Rubino e Zaffiro (con l'eccezione delle gare di bellezza, non inserite nel gioco). Sebbene i giochi riproponessero esattamente la stessa mappa dei titoli originali, con l'eccezione di una piccola parte aggiuntiva, l'ottimo appeal grafico e le numerose innovazioni del gameplay rendono queste due versioni due dei migliori titoli in assoluto dedicato ai Pokèmon (se non i migliori. Se non avete mai giocato ai pokèmon, iniziate da uno di questi giochi, ne vale la pena). Come detto, la quarta generazione dei pokèmon apparve su Nintendo DS nel 2006, anno di uscita di Pokemon Diamante e Perla (ai quali, come al solito, si affiancò ben presto un terzo gioco, Pokèmon Platino). Il gioco sfruttava la maggior potenza di calcolo del DS per sfoggiare una grafica poligonale (anche se la visuale di gioco rimase rigorosamente dall'alto) davvero pulita e ben realizzata, affiancata da sprites dettagliatissimi e animazioni delle mosse rinnovate. Oltre alla nuova veste grafica, il gioco non presenta però particolari innovazioni rispetto alla terza generazione, se si esclude il totale rinnovamento delle gare di bellezza, ora molto più interessanti e godibili. Inoltre, rispetto alla generazione precedente, i pokèmon di quarta generazione risultano molto più ispirati e graziosi da guardare (se si escludono i pokèmon leggendari, di una bruttezza davvero notevole). Il gioco, tuttavia, era afflitto da una pecca non da poco: lungo TUTTO il vostro cammino, i pokèmon che incontrerete lungo il cammino saranno in gran parte tratti dalla prima generazione di pokèmon, cosa che farà storcere il naso a tutti coloro che hanno già giocato fino alla nausea i titoli precedenti e sono in cerca di qualcosa di nuovo. Da non molto, sempre su DS, sono usciti anche i Remake di pokèmon oro e argento, denominati Soulsilver e Heartgold, praticamente identici agli originali (grafica a parte) se si eccettua la presenza di un particolare gadget a forma di sfera pokè, che permette di inserire al suo interno i dati di un pokèmon e di portarselo appresso, facendogli guadagnare esperienza.La quinta generazione di Pokèmon è apparsa da poco, sempre su Nintendo DS, nelle nuove versioni denominate Pokèmon Balck and White. Tuttavia, dato che il gioco non è ancora uscito in Europa, rimando alla recensione vera e propria per il giudizio su esso. Bene! Dopo questa (lunga) panoramica, pensate che i giochi sui pokèmon siano finiti qui?? vi sbagliate DI GROSSO. Sono decine e decine i giochi appartenenti a serie parallele dedicate ai simpatici mostri. Mi limito a citare la serie Stadium, interamente dedicata ai duelli tra Pokèmon, Pokèmon Snap, titolo in cui il nostro compito era scattare delle foto a vari pokèmon, Pokèmon Mistery Dungeon, simpatico RPG in cui saremo alla guida non più di un allenatore, bensì proprio di un Pokèmon e Pokèmon Ranger, particolare titolo per DS in cui impersoneremo, appunto, i ranger, cioè dei guardiani delle riserve pokèmon. Senza contare poi tutti i camei e le apparizioni dei pokèmon in altri titoli Nintendo, tra cui, per esempio, la saga di Smash Bros, dove numerosi personaggi giocabili sono tratti proprio dal mondo dei mostri tascabili. Che altro si potrebbe aggiungere? Davvero poco o niente. Il successo e la fama dei Pokèmon parlano da soli. L'unica cosa da fare è complimentarci nuovamente con Tajiri per la sua geniale intuizione e ringraziarlo per le ore di divertimento e spensieratezza che ci ha permesso di trascorrere in compagnia dei nostri amatissimi Pokèmon!


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