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Speciale The Legend of Zelda - Prima Parte -

La Storia di un Eroe, una Principessa, un malvagio Nemico e una sacra reliquia dorata: una Leggenda

By Filippo Barbuscia, 19/06/2010

Nella mente di un bambino Immaginatevi una vasta prateria che si perde oltre l’orizzonte, quasi come fosse infinita, sotto un limpido cielo azzurro; il dolce fruscio del vento tra le foglie è come musica e la piacevole brezza accompagna i vostri capelli come se stessero danzando; ad un tratto il sole tramonta e tutto si tinge di un malinconico, ma tenue colorito rossastro, e poi, la notte, con la sua luna ad illuminare le distese, le foreste, le montagne e il suo silenzio, che vi accompagna nel lungo viaggio in quelle terre sconosciute e ostili, ma tanto affascinanti da suscitare quel forte desiderio di curiosità che va soddisfatto ad ogni costo; esplorando... Queste sono le sensazioni che il creatore di una delle saghe più coinvolgenti della storia dei videogiochi voleva trasmettere al mondo intero, le stesse sensazioni che lui stesso provò quando era ancora un bambino, giocando ed inoltrandosi nelle caverne, gironzolando nelle campagne e nei boschi vicino a casa sua, immaginandosi chissà quali avventure e gesta eroiche. Queste emozioni dalla forte carica poetica, epica; questi ricordi di grandiosi miti e leggende, questi paesaggi infiniti, onirici, semplicemente naturali: questo è The Legend of Zelda. Ovviamente quel fanciullo (già estremamente creativo anche da ragazzino) non può che essere Shigeru Miyamoto, una delle figure più importanti e riconosciute dell’industria videoludica, oltre che genio indiscusso; voi come lo definireste uno in grado di sfornare capolavori come, appunto, The Legend of Zelda e Super Mario? Ma non siamo qui solo per parlare di Miyamoto, siamo qui per ripercorrere insieme la storia della stupenda saga di The Legend of Zelda e del suo muto protagonista, Link, partendo dalle sue origini fino ad oggi, con l’ultimo capitolo mostrato all’E3. Mettetevi comodi, dunque, il viaggio sta per cominciare… Uno Zelda a 8 bit Tutto ebbe inizio nel 1986, quando sugli scaffali dei negozi giapponesi faceva bella mostra di sé un particolarissimo floppy disc in plastica dorata (novità per gli anni, si trattava infatti di una edizione limitata) per la periferica del Famicom (NES), la Famicom Disk System, che permetteva di salvare la posizione di gioco. Salvare i progressi di gioco (cosa assolutamente innovativa per l’epoca) era indispensabile perché questa prima avventura per il Nintendo Entertainment System intitolata semplicemente The legend of Zelda era estremamente longeva, richiedendo ore ed ore per essere terminata. Inoltre, nonostante le limitatissime capacità tecniche, il mondo di gioco creato (un Hyrule a 8 bit) era qualcosa di straordinariamente vasto e ricco di segreti da scoprire solo dopo un’attentissima dose di esplorazione. Infatti il primissimo Zelda è molto più vicino agli episodi odierni di quanto si possa pensare: un mondo liberamente esplorabile e ricco di personalità, lunghi ed impegnativi dungeon (labirinti sotterranei) caratterizzati da enigmi a dir poco geniali e Boss di fine livello, nemici agguerriti da sconfiggere a colpi di spada, e tanti, tantissimi oggetti collezionabili, utili sia per proseguire il viaggio, sia come strumenti di attacco. Insomma il successo fu davvero inevitabile e stra meritato, la carica innovativa che The Legend of Zelda riuscì a portare fu davvero rivoluzionaria (proprio come fece in futuro, ma questo lo vedremo più avanti): era finalmente arrivata la prima vera Avventura, con la a maiuscola! Impegnativa (il primo Zelda è uno dei più difficili), divertente, appassionante, dalla storia banale ma interessante, tecnicamente eccellente, molto longeva e, principalmente, non lineare. Purtroppo, però, l’Occidente avrebbe dovuto attendere più di un anno e mezzo prima di essere invaso da questa rivoluzione, a causa dell’impossibilità di salvare i progressi sulle cartucce ROM dell’epoca. Infatti la già citata periferica Famicom Disk System non toccò mai il suolo occidentale e solo nel 1987 furono inventate le cartucce con memoria volatile, le cosiddette Save RAM. Il ritorno della Leggenda Dopo che finalmente tutti poterono vestire i panni di Link, ricomporre la sacra Triforza della Saggezza che Zelda aveva diviso in otto frammenti, sconfiggere il malvagio Gannon e salvare la principessa, il secondo capitolo era già bello pronto a fare la sua comparsa. Tuttavia è bene fare un piccolo passo indietro e spiegare almeno un poco, per chi non ne fosse a conoscenza (in pratica per quelli che non hanno mai giocato a Zelda), cos’è questa benedetta (è già!) Triforza. Ebbene per farla molto breve, i tre personaggi principali della serie, ovvero Ganondorf (o Ganon, Gannon nel primo episodio), Link e Zelda sono i tre prescelti dalle dee, gli unici detentori del mistico potere della Triforza. Rispettivamente quella del Potere, del Coraggio e della Saggezza che una volta riunite formano la Triforza (tre triangoli dorati), sacra reliquia in grado di donare poteri immensi a chiunque se ne impossessi nella sua interezza, cioè ciò a cui aspira Ganon. Ad ogni modo, se volete saperne di più (e la cosa è davvero interessante) fareste bene a cercare informazioni sul Web, perché la storia della Triforza e dei suoi poteri è davvero complessa e approfondirne qui le sue caratteristiche ci distoglierebbe dal vero fulcro dell’argomento facendoci divagare in tutte le infinite leggende e miti presenti negli innumerevoli capitoli che compongono la serie di Zelda. Ci vorrebbe, insomma, uno speciale solo per trattare l’aspetto narrativo dell’intera saga, da sempre teatro di discussioni sull’ordine cronologico dei vari capitoli; qualcosa di a dir poco complesso considerando che molti episodi sono distanti secoli tra loro (Link non è quasi mai lo stesso, e a volte è un bambino, altre volte un adolescente/giovane). Chiudiamo, quindi, la parentesi e proseguiamo; dove eravamo rimasti? A si, dopo solo un anno dall’uscita di The Legend of Zeldala preziosa “scatolina” dorata fece nuovamente la sua apparizione con Zelda II: Adventure of Link; era quindi il 1987. Questo secondo episodio apparve, in verità, decisamente inferiore al precedente e il meno apprezzato dalla critica. Forse le aspettative erano troppo alte, ma è indubbio che Zelda II sia l’episodio della serie che meno si avvicina alle meccaniche classiche che più o meno si ritrovano in tutti i capitoli; addirittura è l’unico episodio in cui Link parla (dice solo due frasi, ma è già un fatto incredibile). In primo luogo la visuale a volo d’uccello caratteristica dell’episodio del 1986 aveva lasciato spazio ad una visuale a scorrimento laterale. Per l’esplorazione del mondo in superficie (overworld), fu comunque adottata la visuale dall’alto in maniera, però, non del tutto convincente, ma sarebbe bastato toccare un nemico, entrare in un villaggio, dungeon o caverna per passare alla schermata d’azione, con vista laterale. Inoltre furono introdotti elementi da GDR poco incisivi, come la presenza di punti esperienza accumulabili una volta sconfitto un nemico o le magie, chiaramente potenziabili; come la difesa, la salute e l’attacco. In ogni caso il compito del giocatore era anche stavolta esplorare i dungeon e salvare la principessa Zelda, entrata in un sonno infinito per colpa di un malvagio mago; il nemico infatti non era più Ganon. Per risvegliarla, Link, che è quello del primo episodio solo più cresciuto (circa 16 anni), si mette alla ricerca di sei cristalli… Nonostante alcune scelte adottate non risultarono pienamente vincenti, su tutti la visuale a scorrimento laterale nei dungeon, il titolo fu comunque accolto calorosamente e ancora oggi rimane uno dei capitoli più apprezzati da molti fan della saga, e appare tuttora piacevole da giocare. Salto di generazione… Gli anni passarono e soltanto con l’avvento della nuova console firmata Nintendo, il Super Nintendo (SNES), gli ormai tantissimi fan poterono indossare ancora una volta la tunica verde di Link e partire in una nuova grandiosa avventura, è proprio il caso di dirlo. Infatti il 1991 fu la volta del superlativo The Legend of Zelda: A Link To The Past, da molti ritenuto il miglior Zelda in assoluto. Le straordinarie capacità della nuova macchina Nintendo permisero agli sviluppatori di dar vita ad un mondo vivo, ricco di colori e suoni. La grafica era semplicemente divina per l’epoca e il comparto audio contava moltissimi brani ed effetti, tutti come sempre perfetti per l’atmosfera del gioco. In questo fortunatissimo terzo episodio furono abbandonate le idee del secondo capitolo, si ritornò invece alle meccaniche assaporate in The Legend of Zelda, limandone e perfezionandone non di poco ogni aspetto. Per la prima volta il giocatore era costretto a farsi strada in due mondi separati, soluzione adottata in seguito anche in moltissimi altri giochi, anche della stessa serie di Zelda. Il Link di questo episodio, infatti, poteva viaggiare in due mondi paralleli tramite uno specchio. Insomma, come avrete capito A Link To The Past straboccava letteralmente idee da ogni pixel, e tracciò quindi un nuovo standard per i giochi d’avventura. Nonostante il gameplay rimanesse fedele alla tradizione del primo capitolo (tantissimi dungeon farciti di enigmi di ogni genere, molti oggetti, visuale a volo d’uccello, ecc), le novità furono così tante e così geniali da rendere questo Zelda uno dei migliori giochi di tutti i tempi. Anche a livello narrativo furono mossi dei passi avanti: più dialoghi (sempre a testo) e personaggi; questa volta Link se la doveva vedere, oltre che con Ganon, con uno stregone, un certo Aghanim, che aveva rapito sette principesse (e anche Zelda), discendenti dai custodi della Triforza. The Legend of Zelda: A Link To The Past fu, neanche a dirlo, l’ennesimo successo di Miyamoto, e grazie ad un’atmosfera unica, ad un comparto tecnico eccellente sotto ogni aspetto, ad un complesso intreccio narrativo e soprattutto ad un gameplay assolutamente innovativo riuscì a far breccia nel cuore di tantissimi appassionati: The Legend of Zelda era ufficialmente divenuta una serie icona del videogioco, proprio come l’immortale Super Mario. Link diventa portatile! Tra Sogno e Realtà A tre anni di distanza dall’uscita di The Legend of Zelda: A Link To The Past giunse, stavolta sulla console portatile Game Boy, The Legend of Zelda: Link’s Awakening. Il 1993 segna, quindi, l’anno della prima avventura tascabile dell’eroico Link. Come si sarà comportato in questa sua nuova apparizione? Di certo non si poteva chiedere di meglio, visto che Link’s Awakening viene considerato il miglior gioco per la console portatile Nintendo. Questo ennesimo episodio eredita moltissime caratteristiche del suo antecedente, pur rimanendo inferiore a causa di evidenti limiti tecnici. Infatti la grafica non è a colori, ma solo in bianco e nero. Tuttavia, Link’s Awakening si distingue da tutti gli altri capitoli per la bizzarra trama, come pochi altri Zelda. Link naufraga sulla misteriosa isola di Koholint e l’unico modo per tornare in patria è quello di risvegliare lo stranissimo Pesce Vento. Per far ciò dovrà, però, prima trovare otto strumenti musicali. Una storia, quindi, che non ha nulla a che vedere con le “solite” leggende sulla Triforza, Ganondorf e Zelda. Il successo è così tanto, che nel 1998 viene realizzato un remake a colori per il Game Boy Color (Link’s Awakening DX, che contiene un dungeon in più dell’originale, basato sui colori). Siamo quindi arrivati ad una data importantissima per qualunque fan della serie. Il 1998 è infatti l’anno della prima avventura di Link in tre dimensioni, è proprio in questo periodo che la saga di Zelda raggiunge i suoi momenti d’oro. L’anno di una rivoluzione videoludica… Un Capolavoro Indimenticabile: Il Capostipite dei giochi d’avventura in 3D! Quando nel 1996 arrivò il mitico Nintendo 64 e con lui Super Mario 64, che sembrava essere il miglior gioco mai esistito, nessuno si sarebbe aspettato che nel giro di soli due anni potesse uscire un titolo in grado di rimettere immediatamente in discussione il trono del baffuto idraulico. Invece fu proprio così e nel 1998 quel capolavoro incredibile che è The Legend of Zelda: Ocarina of Time fece la sua entrata in scena catalizzando l’attenzione solo su di sé. Il passaggio di dimensione dal 2D al 3D, da alcuni temuto, si dimostrò invece più roseo che mai. Molti urlavano già al miracolo, e per moltissime persone c’era poco da fare e dire: Ocarina of Time era il gioco del secolo, un capolavoro indimenticabile che nessun giocatore avrebbe dovuto lasciarsi scappare. E diciamolo, è ancora oggi così. Se un gioco è andato vicino alla perfezione, quel gioco è proprio The Legend of Zelda: Ocarina of Time, tanto rivoluzionario quanto fedele all’essenza della serie. La nuova Hyrule era enorme per l’epoca e in tre dimensioni, ma soprattutto propria di una sua vita! Lo stupore era indescrivibile. Ad esempio il ciclo giorno-notte influenzava il gameplay: i negozi la notte sono chiusi, alcuni personaggi si possono incontrare solo di giorno o viceversa, ecc. La possibilità di visitare liberamente ogni luogo di Hyrule, senza particolari costrizioni, se non quelli dovuti ovviamente alla epica, epicissima trama (perfetta ancora oggi), forniva al giocatore quella sensazione di trovarsi in un luogo sconosciuto, motivandolo ad esplorarlo per scoprirne gli innumerevoli segreti. La visuale dietro al protagonista (la classica visuale in terza persona) funzionava alla grande permettendo al giocatore di ammirare tutto lo splendore grafico regalato dalla nuova tecnologia. Chi non si ricorda la prima volta che la piana di Hyrule gli è apparsa davanti agli occhi Impossibile non provare quella flebile impressione di sentirsi lontano da casa, solo, mentre si correva tra le verdi colline, e proprio per questo era così fantastico, grazie alle continue emozioni che il “gioco” “bombardava” incessantemente tramite situazioni sempre diverse. Affezionarsi ad ogni personaggio, anche il più insignificante, era del tutto naturale, come sentirsi partecipe di un'avventura di proporzioni epocali. Il solo esplorare (da un certo punto del gioco anche a cavallo, come scordarsi di Epona!) appagava il giocatore come mai era successo prima, perché le cose da fare erano davvero tantissime; ma non dimentichiamoci i soliti dungeon. Le possibilità offerte dal 3D permisero agli sviluppatori di creare i dungeon più belli mai visti fino ad allora, con enigmi al limite della genialità e sempre nuovi. Anche i combattimenti coi nemici stupivano, dimostrandosi vari, appaganti e divertenti. Colpire un nemico con una spada non era mai stato così facile, infatti si poteva agganciare un nemico solo tramite la pressione di un tasto (il famosissimo Z targeting, in seguito copiato da tutti). Inoltre le armi e gli oggetti collezionabili erano un numero mastodontico: dalla fionda all’arco o dalle semplici bottiglie alle frecce di ghiaccio, il metodo per recuperarle restava sempre e comunque divertente. Quindi oltre alla lunga quest principale vi si affiancavano tantissime sub quest incredibilmente profonde e perfettamente inserite nel contesto generale del gioco. Si poteva addirittura viaggiare nel tempo (questa è forse la vera innovazione, il dungeon nel deserto ne è la prova, davvero fantastico), in due epoche distinte impersonando un Link bambino e uno “adulto” e ciò modificava radicalmente il gameplay: due mondi da esplorare! Proprio come in A Link To The Past, ma decisamente in maniera più sofisticata. Tuttavia è inutile continuare a descrivervi gli innumerevoli elementi che caratterizzano il titolo, perché difficilmente capirete se non lo avete giocato, specialmente se non lo avete fatto nel 1998, dove solo il fatto di poter girovagare a cavallo, andare a pescare, cambiarsi l’abito, nuotare o suonare un’Ocarina era eccezionale. È quindi tutto solo un dolce ricordo? No, come già accennato in precedenza, The Legend of Zelda: Ocarina of Time rimane tuttora un capolavoro che non sfigurerebbe tra i migliori giochi di questa generazione, se non ovviamente sotto il profilo strettamente tecnico, in particolare grafico; le musiche resteranno sempre magnifiche, essendo ancora oggi uno degli elementi più importanti e curati della saga. Se non lo avete mai giocato, è arrivato il momento di farlo. Questa opera d’arte è facilmente reperibile, infatti potrete trovarla, oltre che su Nintendo 64, sulla Virtual Console del Wii, nell’edizione limitata di The Wind Waker (capitolo che approfondiremo in seguito) e anche nella sciccosissima The Legend of Zelda: Collector’s Edition, disco promozionale uscito per GameCube in pochissime copie per pochi fortunati contenente ben quattro episodi della serie (se vi interessa è comunque facilmente acquistabile online). Probabilmente non vi colpirà come avrebbe fatto a suo tempo, ma resterà comunque una bellissima e profonda esperienza, sempre che non odiate in maniera spropositata gli adventure conditi da elementi da GDR, sia chiaro. Da Hyrule a Termina: The Day after tomorrow Ed eccoci giunti all’ultimo paragrafo di questa prima parte riguardante la leggenda dei videogiochi. L’ultimo capitolo che tratteremo oggi è tanto strano quanto affascinante, uscito nel 2000 sempre per Nintendo 64. Si tratta di quella perla più unica che rara che prende il nome di The Legend of Zelda: Majora’s Mask, uno degli episodi a cui i fan sono più affezionati. Il titolo in questione non era un semplice seguito di Ocarina of Time con grafica potenziata che viveva grazie al successo del fratello maggiore, ma anzi ancora oggi rimane uno degli episodi più particolari della saga. Miyamoto non si occupò personalmente del capitolo in questione, ma diede carta bianca a Eiji Aonuma; da allora le redini delle serie passarono in gran parte nelle sue mani, rendendolo di fatto l’erede della Leggenda. Nonostante ciò, Majora’s Mask si dimostrò ancora una volta uno Zelda eccellente in ogni aspetto e sempre fedele alla tradizione ormai ben delimitata. La carica innovativa era comunque presente in dose massiccia, a cominciare dall’intreccio narrativo, che privilegiava ambientazioni e situazioni tendenti al dark: Link è bambino ed è lo stesso visto in Ocarina; mentre vaga in una foresta assieme ad Epona (il suo fidato destriero) viene attaccato da uno strano essere che gli ruba la povera cavalla. Gettatosi all’inseguimento del rapitore si ritrova misteriosamente in un’altra dimensione, una sorta di specchio di Hyrule: Termina. Di lì a poco scoprirà presto che il mondo di Termina è sull’orlo della distruzione, la luna sta infatti precipitando ed entro tre giorni si schianterà al suolo distruggendo ogni cosa. Il giocatore era da subito immerso nell’azione e aveva quindi il compito di arrestare in qualche modo la discesa della luna e salvare così la popolazione dalla catastrofe. Ciò che più colpisce è come sia stato approfondito il lato caratteriale e psicologico di ogni personaggio, che possiedono una propria routine quotidiana ben definita, ora per ora, per gli interi tre giorni in cui si svolge la vicenda; regalando al giocatore un mondo più vivo che mai, ancora di più di quello del precedente episodio. In realtà l'avventura non dura solo tre giorni (circa un'ora reale), infatti grazie alla magica Ocarina recuperata in Ocarina of Time, Link poteva tornare indietro nel tempo e avere quindi la possibilità di svolgere tutte le numerosissime side quest e attività, oltre che aiutare tutti i cittadini. Infatti gran parte del cuore del gioco risiedeva nell’enorme quantità di missioni riguardanti i personaggi secondari, che il giocatore doveva studiare attentamente imparandone abitudini e comportamenti. Oltre a questo erano presenti, ovviamente, i dungeon, anche se erano soltanto quattro. Malgrado ciò Majora’s Mask apparve solo di pochissimo inferiore al precedente (ma altrettanto longevo), anche se decisamente meno conosciuto. La sua atmosfera cupa e malinconica, la costante pressione a cui sottoponeva il giocatore, conscio di avere sempre i minuti contati (i dungeon andavano finiti tutti d’un fiato, tornare indietro nel tempo significava ripeterli daccapo), la possibilità di trasformarsi in un Goron, un Deku o uno Zora (tre razze presenti nel regno di Hyrule/Termina) tramite delle maschere, e la visionaria trama permisero al titolo di divenire unico nel suo genere, ancora oggi non esiste un gioco simile. Per chi non lo avesse giocato, anche questa volta il consiglio è, se ne avete la possibilità, di scaricarlo dalla Virtual Console del Wii, sicuramente sarà qualcosa di diverso da tutto ciò che avete giocato fino ad oggi. Fine Primo Tempo! Che dire dopo un viaggio nel passato di una delle serie che più ha condizionato i giochi futuri; volendo ci si potrebbe scrivere su un libro intero, ma ci limiteremo a poche righe per concludere questa prima parte della storia. Il successo dei giochi di Zelda va probabilmente ricercato nel suo naturale modo in cui riesce a coinvolgere il giocatore, facendolo immergere completamente in un mondo parallelo a quello reale, dal gusto spiccatamente fantasy. La trama articolata e le sue infinite diramazioni, i suoi segreti, le diverse razze che popolano Hyrule con la loro impressionante caratterizzazione, la completa libertà di esplorazione, e l’enorme mole di azioni concesse al giocatore contribuiscono a ricreare un universo davvero complesso, che si evolve capitolo dopo capitolo, e per questo straordinariamente appassionante. Impossibile rimanere indifferenti di fronte a tutto questo, di fronte al lavoro di decine e decine di persone, di fronte a tutte quelle emozioni uniche scaturite da una “semplice” cartuccia o un “semplice” disco, con impresso il titolo… The Legend of Zelda. Non perdetevi, quindi, il prossimo appuntamento. Nella seconda parte dello speciale continueremo a ripercorrere passo per passo ogni episodio della saga proprio da dove ci siamo interrotti oggi. C’è ancora molto da raccontare…


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